Il 5 maggio si celebra la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani.
Dal 2009, l’anno in cui è stata lanciata per la prima volta la campagna Save Lives: Clean Your Hands dell’OMS, il 5 maggio è diventato simbolo di tutto un movimento nell’ambito della sanità che promuove l’elemento base della prevenzione delle infezioni ospedaliere (il lavaggio delle mani) come parte fondamentale del processo di cura. La storia dell’igiene delle mani, però, non parte da lì. Comincia da Semmelweiss, medico che nel 1847 dimostrò che il lavaggio delle mani con soluzioni clorate riduceva drasticamente la mortalità per febbre puerperale nei reparti di maternità, ma forse comincia anche da prima, dai processi di purificazioni fatti dai guaritori tradizionali prima di prendersi cura dei malati.
Le mani, del resto, rappresentano da sempre il processo stesso del curare: sono lo strumento del medico, sono il mezzo attraverso cui, tradizionalmente, la medicina prende forma – e poco importa che adesso sia quasi tutto robotizzato, in chirurgia, o che la maggior parte dei farmaci sia somministrata per via endovenosa, o che le immagini radiologiche abbiano preso il sopravvento sulla semeiotica. Se si prende una persona qualunque, chiedendo di immaginare un medico, l’immagine sarà sempre accompagnata dalle mani impegnate in qualche procedura.
Il Covid ha stravolto il nostro modo di vivere la società: ci ha ricordato quanto le infezioni siano costantemente accanto a noi, anche se in maniera invisibile – ci ha ricordato quanto siano, è il caso di dirlo, a portata di mano. I gel idroalcolici hanno subito un’impennata di vendite, la distanza sociale ci ha privati del contatto, se non strettamente necessario, e la paura si è intrufolata sotto la nostra pelle sottoforma di precauzioni da contatto.
Anche una volta finita l’emergenza sono rimasti strascichi importanti, che più che nella messa in atto di misure preventive costanti (relativamente a quelle, il libera tutti! generale ha fatto sì che diventasse molto facile scordarsi anche le più piccole nozioni di base) si sono manifestati in una paura mista a diffidenza associata al contatto fisico con i malati.
Abbiamo imparato, come medici, che se strettamente necessario era possibile curare a distanza, e così facendo abbiamo continuato a farlo, anche quando non era più necessario.
E così si sono uniti due pericoli: quello legato alla riduzione della soglia dell’attenzione verso tutte le misure preventive di base (dettato, non me ne vogliate, da quella sottile ubris dei sopravvissuti che si sentono quasi intoccabili) e quello legato al progressivo allontanamento fisico dall’oggetto della nostra professione.
Abbiamo iniziato a toccare poco i malati, e pure male.
La Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani ha come scopo quello di andare a migliorare proprio questo secondo punto, ricordando sempre quanto un piccolo gesto della durata di venti secondi sia in grado di prevenire la maggior parte delle infezioni ospedaliere, se messo correttamente in atto. Il 5 maggio di ogni anno vengono riproposte le sei semplici mosse che rendono una frizione con il gel idroalcolico in grado di proteggere noi e tutti coloro con cui veniamo, direttamente o indirettamente, in contatto.
Per quanto riguarda invece il toccare poco i malati, mi permetto di provare a dire qualcosa io, dal basso della mia inesperienza e dall’alto del mio entusiasmo di giovane idealista.
Osservando le campagne create per migliorare l’aderenza ad una corretta igiene delle mani (campagne, va riconosciuto, sempre molto ben pensate e originali) mi sono accorta che tutte avevano come scopo di base quello di ricordare le conseguenze di una pratica errata o, al contrario, virtuosa. Uno scopo correttissimo e necessario, ma con il sottile rischio di alimentare un substrato di paura verso il contatto.
L’idea che vorrei portare avanti io, in questo mio articolo, è invece quella che è proprio perché la cura non può trascendere dal contatto che è importante preservarlo nel modo più pulito possibile.
Qualche giorno fa stavo seguendo degli studenti in un tirocinio; ho proposto loro di fare la palpazione dell’addome di un paziente e li ho visti spalancare gli occhi con un filo di terrore alla vista delle loro mani nude poggiate direttamente sulla sua pelle. Lo hanno toccato in punta di dita, timorosi: cinque dita contro una pancia morbida.
Ho provato una profonda tenerezza di fronte a una generazione cresciuta, nella fase di esplorazione più importante della vita, tra mascherine, guanti e disinfettanti spiegati.
Ho provato a spiegar loro che non dovevano avere paura: le mani di un medico sono il suo primo strumento diagnostico, il suo primo baluardo nell’interpretare degli esami sballati o un sintomo nuovo. Sono il più vecchio e banale strumento attraverso cui percepire la temperatura, evocare dolore, apprezzare consistenze; sono in grado di produrre suoni, cercare punti di debolezza di parete, valutare o meno la presenza di alterazioni.
Le mani di un medico lo aiutano a tracciare la storia del paziente.
Ma soprattutto, le mani di un medico intessono relazioni.
Se si chiede a un paziente chi è la persona di cui si fidano di più in un reparto, quasi sicuramente risponderà l’infermiere o l’OSS. È normale, del resto: sono coloro con cui c’è il contatto maggiore, quel contatto che, interessando le parti più intime del dolore, della degenza, della difficoltà di effettuare le più banali attività quotidiane, riesce a svincolarsi dall’imbarazzo, sciogliendosi nella fiducia. I medici non sono così bravi: tendono a tenere le braccia incrociate dietro alla schiena, a riportare parametri, a toccare i pazienti attraverso un fonendoscopio, per esempio. Solo quando visitano approfonditamente si permettono un contatto – spesso troppo breve, spesso solo mirato ad un’indagine diagnostica.
Quanti momenti, invece, ci sarebbero.
I pazienti sono affamati di rassicurazione, per la maggior parte: hanno paura, si sentono soli, sono stanchi. Stringere la mano di qualcuno non è solo un modo per presentarsi; è un saggiare la consistenza della sua paura, offrire un appiglio nell’incertezza. Una mano sulla spalla identifica una persona, invece che un paziente; una carezza su un volto stanco riporta indietro a un abbandono quasi filiale, alla ricerca di un conforto materno.
Una cosa che le mie amate Malattie Infettive hanno insegnato al mondo, in primis con l’epidemia di HIV negli anni Novanta, è che nel contatto sta tutta la lotta alla discriminazione. Si era rivoluzionari nello stringere la mano di qualcuno con infezione da HIV, e lo si è ancora, certo, in maniera diversa, nel prendersi del tempo per compiere un gesto apparentemente afinalistico come un buffetto, o come una carezza.
Se c’è qualcosa dell’isolamento da contatto che proprio ho imparato a non sopportare (oltre ai sovracamici che non si strappano mai come uno vorrebbe nel toglierli) è l’idea di far sentire il mio paziente sporco. Come se l’isolamento non fosse sufficiente, c’è anche l’idea di essere contagiosi che credo sia terribile – del resto l’abbiamo sperimentata quasi tutti, prendendoci un’infezione da SARS-Cov2 almeno una volta durante la maledetta pandemia.
È per questo che tengo all’Infection Prevention and Control così tanto – non perché mi piaccia l’idea di trovare pazienti colonizzati e isolarli, ma perché, al contrario, vorrei evitarlo il più possibile. Vorrei ridurre il peso che grava sulle persone costrette a osservare il mondo da una sorta di bolla fatta non solo di preoccupazione, ma anche di senso di colpa.
Vorrei mantenere, il più possibile, la possibilità di stringere la mano a una persona cara – o a un medico non spaventato, per quel che può valere.
Quest’ultimo 5 maggio ho riflettuto sull’importanza dell’igiene delle mani cambiando prospettiva – ribaltandola, e guardando non ciò che potrei provocare, ma ciò che potrei perdere. In particolare, quella sensazione – potentissima – di intesa, che si scatena quando prendo la mano di un paziente, e la tocco, ma per davvero, e stringo via le sue paure e pure un po’ le mie.
Silvia Guerriero
Medico Specialista in Malattie Infettive
Università Cattolica del Sacro Cuore
Fondazione Policlinico “A. Gemelli”, IRCCS, Roma
